La caccia non ha un merito sociale

Poco dopo l’inizio del decennio in corso quasi tutti, dirigenti venatori, cacciatori e agricoltori e quanti ruotano attorno al settore caccia per interessi vari, sostennero che la caccia poteva avere un merito nel sociale.

In concreto esiste una connessione tra le ragioni della caccia e gli interessi generali della società. Qualcuno dei soggetti su elencati sunteggi, per cortesia, gli sforzi culturali e organizzativi mirati a tale scopo.Di fronte ad una becera cultura ambientalista, qual è stato il punto di forza dell’associazionismo e dell’editorialismo venatorio? Io scrivo e sostengo, nessuno! Si è pensato solo alla solita conflittualità che di rimando ha allargato i punti di divergenza, anziché ravvicinarli. Questo succede perché tra le parti cointeressate manca la capacità della comunicazione e del confronto. Anzi si sta acuendo la cultura dello scontro, che non serve a nessuno, che non porta da nessuna parte. Così come non porta a nulla il mercinomio delle tessere.

Anche gli insulti rivolti alla Brambilla, non servono a nulla.
Alla nostra società, che comprende, bisogna spiegare la complessità dell’impegno riformatore e il tentativo di rispondere, anche attraverso l’attività del cacciatore, all’esigenza di un ambiente migliore, riformato e ben governato.
Urge inculcare che il cacciatore (quello vero) si è trasformato da predatore di risorse faunistiche a produttore di ambiente per la fauna. Se no, nisba. Saremo sempre invisi, impopolari e ammantati di crudeltà.

In alcune regioni si sono registrati risultati apprezzabili, in altre si è ritardato, in altre ancora, per citare un fatto del tutto vomitevole si continua solo a ripopolare il territorio con selvaggina “pronta caccia”, non facendo nulla per favorire la riproduzione spontanea.

Di questo passo, la caccia morirà.